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BREVE STORIA DELLE ALFONSINE
La storia “tradizionale” indica che circa 1500 anni a.C. i
Pelasgi fondarono la città di Spina su di un isolotto alla foce
dell’Eridano (attuale Po) nella terra di Saturnia (antico nome
dell’Italia), costruendo una fortificazione in legno. Foce che
prese il nome di “spinetica” e che oggi con tale nome viene
indicato il luogo (spinetico) nella prosciugata valle di
Comacchio. Il Dr. Frizzi, nelle sue “Memorie per la Storia di
Ferrara” indica la foce spinetica (descritta da Plinio) nei
pressi della chiesa di Santa Maria del Passetto vicino ad
Alfonsine. Altri: Desiderio Spreti la indica nelle vicinanze di
Longastrino e Amati, nella zona di Savarna. Nel 1114 a.C. gli
Etruschi distrussero Spina e tutti gli abitanti superstiti si
dispersero nei luoghi vicini, aggregandosi e dando vita ad
Argenta, Comacchio e Ravenna. Molti si isolarono nelle poche
terre limacciose all’interno della Valle Padusa. Dionigi di
Alicarnasso, cita nelle sue opere che, molte isolette della
Padusa erano abitate. Prima della calata dei Celti nella valle
padana, gli “Assagi Etrusci” modificarono il corso del Po ed
iniziarono con l’innalzamento degli argini di diversi fiumi e
torrenti.
Dal V secolo a.C. l’attuale “bassa Romagna” venne occupata dalle
tribù celtiche (Galli) che erano emigrate dall'attuale Francia e
Germania verso l'Italia. Si stanziarono, da sud i galli senoni
originari della valle della Senna, fino al fiume Utis (Montone)
e al Sinnium (Senio - che indicava il confine dei senoni), i
galli Lingoni originari della valle della Loira dal Senio al
Sillaro ed i galli Boi originari della valle del Reno oltre al
Sillaro fino a Modena. Nacque, in un certo qual modo, una
autoctonia formata dal miscuglio di tre razze (pelasgi, etruschi
e senoni) alle quali poi si aggiungeranno dopo la promulgazione
della "Lex Flaminia" (232 a.C.), anche i romani. Esisteva a
quel tempo una grande selva, chiamata Litana, in omaggio alla
dea celtica degli inferi, delimitata nord dall’antico corso del
Reno, a Sud dal Fiume Savio, ad est dal mare e ad ovest dalla
direttrice che poi divenne la Via Emilia. Nel 216 a.C. ebbe
luogo in questa selva, il cui abitato principale era "Lugh"
(l'attuale Lugo) in onore di un altro dio celtico, la famosa
battaglia della Selva Litana, raccontata da Tito Livio, dove i
romani subirono una delle più grandi sconfitte della storia da
parte della coalizione gallica di senoni, lingoni e boi. Livio
infatti dice che entrarono nella selva circa 25.000 soldati
romani e ne uscirono vivi solamente dieci.
Questa vasta foresta molto paludosa verso valle, terminava
nell'antica foce dell'Eridano proprio nelle vicinanze di
Alfonsine e precisamente in quel luogo che ancor oggi viene
chiamato "Bocca Grande" nella frazione di Longastrino. Dalle
valli emergevano isolotti abitati in massima parte da quella
popolazione formatasi dalla fuga dei Pelasgi dopo la distruzione
di Spina da parte degli Etruschi, stanziatisi questi ultimi a
Rasenna (l'attuale Ravenna). Rasenna indicava la parola
“Etruschi” nella loro lingua. Nei primi secoli d.C. andava
delineandosi una vasta zona valliva chiamata Libba divisa al suo
interno in due importanti valli: la valle Fenaria era la più
ampia, delimitata a nord dal Fiume Santerno a sud dal Fiume
Lamone (Rafanara e poi Aimone) e ad est dal Badareno ramo del
“Po vecchio” e la valle Zusverti che era situata a sud-ovest
verso l’interno. Nella valle Fenaria le due isole maggiori
erano l'isola del Pereo che, dopo l'anno 1000, prenderà il nome
di Sant'Alberto e l'isola Sabbionara che poi prenderà il nome di
Contrada Grossa e successivamente: Alfonsine.
Col ritirarsi delle acque ed a seguito delle grandi bonifiche
iniziate dai Frati di Porto aumentarono le terre emerse attorno
alle quali restavano ampi acquitrini che venivano pure loro
chiamate valli (nel senso di zone semi-acquatiche). Infatti
l'antico suolo alfonsinese, come cita, nel 1833, lo storico
lughese Gianfrancesco Rambelli, era composto da sette valli. In
realtà circa nel 1400 senza considerare l'antica valle Humana e
la più recente valle del Passetto, le valli che comprendevano
l'attuale Alfonsine erano nove e precisamente: Loibe, Dana,
Negajone (di sopra e di sotto), Gualdinella, Polisinella,
Sagatelle (o Trivella), Contrà (o Contrada), Cormolano (o
Cormalano) e Mezzan di Po.
Nella metà del primo millennio d.C. si era consolidata una zona
a muraglia fra le prime terre emerse ed il mare, muraglia
composta dall’apporto delle piene fluviali da una parte (terra e
argilla) e dall’altra parta dall’apporto di sabbia dal mare. Una
parte di questa delimitazione la si trova ancora ai giorni
nostri a lato delle valli di Comacchio: l’argine di Agosta. Il
Po si diramava in tanti bracci ed uno dei maggiori era chiamato
“Badarenus” che entrava nella fossa Butriatica situata
all’incirca nella zona che oggi viene individuata fra l’Anerina
ed il “Magazzeno” di Alfonsine. La “Tabula Peutingeriana”
indica, nella zona, un luogo chiamato “Butrium” dal quale
appunto deriva il nome di fossa Butriatica e, alcuni
ricercatori, fra i quali Marino Marini, hanno individuato questo
sito fra il Magazzeno e la Cilla. Questa fossa interna arrivava
fino a Ravenna e rendeva il territorio molto difendibile e quasi
inespugnabile.
Nel 565 d.C. ci fu un vero e proprio diluvio di acque che fece
straripare i fiumi inondando la Valle padana, sommergendo le
diverse isole che si erano precedentemente formate ed erano
abitate. Con il passare degli anni, le acque defluirono a valle
e le inondazioni portarono detriti argillosi che favorirono il
riempimento delle zone paludose.
In quel periodo, il Senio (Sinnium e/o Seno) si immetteva nella
Valle Polisenella (circa l’attuale zona di fiumazzo Pini), dove
iniziava l’isola Sabbionara che si estendeva fino al Magazzeno.
A parte gli scritti di Strabone e di Plinio, il primo atto
“ufficiale” che determinava in modo abbastanza preciso la
divisione delle terre e delle valli è la “Carta Piscatoria”, con
la quale venivano fatte diverse delimitazioni di valli concesse
a diritto di “pescagione” all’antica “Schola Piscatorum”, oggi
denominata Casa Matha. Si consideri che, ancora oggi (anno
2007), la Casa Matha è proprietaria di alcuni fondi nella
“Loibe” fra il Fiume Santerno e l’Anerina, in quella zona che
allor tempo era chiamata “Cordiselva”. La “Carta Piscatoria” fu
redatta dal “Notaro Giorgio Ravennate” il 12 aprile del 943.
Esiste peraltro un atto precedente (del 787) con il quale Carlo
Magno concedeva ai “Custodi della Chiesa Ravennate” la pesca e
la caccia nelle valli fra i Badareno e la Fossa Butriatica (Ab
uno latere Patareno, et at alio latere Trentum, seu a tercio
latere Fenaria seu fossa, que uocatur Butriatica….). La
concessione si limitava a questo, ma comunque sempre nella zona
dell’attuale Alfonsine. Altro atto importante è quello del 15
gennaio 977, con il quale l’Arcivescovo Onesto II concedeva a
vari “coloni” il diritto di pescare ed andare a caccia di
uccelli e quadrupedi nell’intera Valle Augusta che si estendeva
nel territorio di Comacchio fra il Pereo, il Badareno e il Po.
Anche con questo atto veniva delimitata la zona che comprende
l’attuale Alfonsine, Sant’Alberto e Longastrino. Non deve
peraltro trarci in inganno il nome “Comacchio” le cui valli
comprendevano la stessa Valle Humana ed iniziavano oltre il
Badareno dopo la Valle del Passetto. Quindi Le valli di
Comacchio erano contigue a quelle del Passetto, divise dal Fiume
Badareno. Lo Spreti indica in una sua opera che: “nella valle
sorgevano qua e là abituri di canne e stuore, formati per
assistere alle pescate che nel Badareno facevansi
principalmente”.
Verso la metà del 1.100, Onorio II, accorda al Vescovo di Imola,
la possibilità di esigere dazi in un luogo della sua diocesi
chiamata Massam Libbam (che da San Savino arrivava all’attuale
Fiumazzo Pini) ed era collegata alla Via Stropa (Stroppata)
dalla strada dei palazzi (Via dei Placci). Nel XIII secolo il
territorio e le valli della Libba e Fenaria, dal Po fino a
Ravenna, appartenevano al Contado di Argenta che dipendeva
dall’Arcivescovo di Ravenna, come stabilito dall’Imperatore
Federico II.
Nel 1215, papa Innocenzo III concesse alla Chiesa di Imola
diritti sul Porto della Libba e della Valle Fenaria. Ma dove si
trovava il Porto della Libba? Esaminando le carte più antiche
si nota che la parte destra del Fiume Santerno era divisa in tre
valli, sotto Lugo verso Fusignano (Valle Libba), sotto Lavezzola
verso Voltana, più distaccata dal fiume, (Valle di Negajone
superiore) e sotto San Biagio verso Alfonsine (Valle Loibe). Si
ritiene peraltro che tutta la parte sotto il Santerno fosse la
Libba il cui nome nei secoli sia stato cambiato nella parte più
verso mare in Loibe. Il Porto della Libba potrebbe quindi
essere l’antico porto romano che si trovava all’ingresso della
Fossa Butriatica e fungeva pure da controllo per le merci.
Anche i Veneziani avevano costruito (nel 1258) un porto
commerciale nella confluenza del Badareno con il Po con tanto di
castello a difesa, si che l’Arcivescovo di Ravenna minacciò di
scomunicare i veneti se non avessero immediatamente abbandonato
quei luoghi.
Nel 1304 la Casa Matha comprò la valle “Corii Sille”
(Cordiselva) che come accennato in precedenza, ancor oggi vanta
proprietà in quella zona. Nel 1317 i marchesi d’Este, con
l’aiuto dei veneziani, occupano Sant’Alberto e territori
limitrofi, iniziando così i loro interessi verso la Romagna.
Mentre la famiglia estense (ferrarese) premeva da nord verso il
Santerno ed il Senio, la famiglia Da Polenta (ravennate) premeva
da sud verso le stesse zone. Gli abitanti delle poche terre
emerse della Libba e della Fenaria, si trovarono coinvolti in
diverse scaramucce e più volte soggiogati dall’uno o dall’altro
contendente. Nel 1348 scoppiò una furiosa peste che vide
decimata la popolazione e maggiormente quella che abitava i
territori acquitrinosi e che era senza assistenza alcuna, come
appunto le genti della bassa Romagna. Dalla metà del 1300
inizia in un miglior modo, con maggior dettaglio e quindi meno
approssimazione, la confinatura dei territori. Nel 1355,
Alfonsine (allora chiamata Sabbionara) fu acquistata dalla
famiglia da Polenta unitamente alle zone limitrofe di Filo,
Longastrino e San Biagio.
Alcune valli della Fenaria, come la Negajone, la Loibe ed i
territori a monte di San Savino, Fusignano e fino a Lugo erano
di proprietà dei Conti di Cunio che nel 1357 le cedettero al
“dominatore” di Ravenna Bernardino da Polenta. Dette valli e
selve, sono ben indicate in un atto presso l’archivio comunale
di Ravenna che le elenca in: “Fenaria, Gualdinella, Loibe,
Nagaioni, Polisenella, Butriatica, Badarena…” e quindi quasi
l’intero territorio di Alfonsine. Nel 1406 Obizzo da Polenta,
Vicario della Santa Sede, fece testamento indicando che se non
avesse avuto eredi, avrebbe lasciato per successione detti
territori, alla Repubblica di Venezia. Alla morte di Obizzo
(1431) rimase erede il giovane Ostasio che era mal visto dai
ravennati per la sua dissennatezza, si che i ravennati stessi
chiesero alla Repubblica di Venezia di impadronirsi della loro
città e per questo avrebbero avuto l’aiuto della popolazione. E
così fu nel 1441 quando Ostasio, a furor di popolo, fu esiliato.
I Veneziani poi nel 1458 vendettero a Pietro del Piemonte tutte
le terre e valli a destra del Po di Primaro, quindi anche le
nove valli che formavano il territorio alfonsinese. Però anche
gli Estensi vantavano diritti su questi territori, che già da un
po’ di tempo avevano continuato nelle bonifiche intraprese circa
due secoli prima dai frati di Porto. Il giorno di Natale del
1464 (Gianfrancesco Rambelli indica il 1465) , Borso, duca di
Ferrara, Modena e Reggio, fece dono di questi territori,
unitamente al feudo di Fusignano, a Teofilo Calcagnini da
Rovigo. Nacque una feroce disputa fra Pietro di Piemonte e
Teofilo Calcagnini su quei territori poiché ognuno ne reclamava
la proprietà. Le parti si accordarono e, dietro pagamento,
Pietro cedette in toto i diritti su quei territori e così
Teofilo Calcagnini divenne pienamente proprietario di dette
terre e continuò nell’opera di bonifica.
A Teofilo successe il figlio Alfonso che, nel 1494, dopo aver
sposato Laura, figlia di Rinaldo d’Este, fu inserito nella
famiglia Estense prendendo il nome di Alfonso Calcagnini d’Este.
Alfonso si impegnò in modo incisivo nel proseguire l’opera di
bonifica del territorio e continuò l’opera di arginatura, di cui
la più importante fu quella dedicata al Duca Borso d’Este che,
nel 1466, aveva proceduto al primo drizzagno del Fiume Senio.
Su detta arginatura fu costruita una strada, che ancora oggi
porta il suo nome: Via Borse. Da subito queste terre furono
chiamate le terre di Alfonso e da qui “Le Alfonsine”. Fu per
opera sua che fu costruita nel 1502 una chiesuola dedicata a
Nostra Donna. Questa chiesuola viene considerata il primo luogo
di culto ad Alfonsine. In effetti è vero se si considera il nome
“Alfonsine”, ma non è esatto se consideriamo il territorio. A
tal proposito, esiste una mappa molto interessante,
nell’Archivio Storico di Ravenna, la nr. 526 dell’anno 1552,
dove si evincono chiaramente le proprietà dei Frati di Porto e
dove si nota nel prolungamento di Via Valeria ad est
dell’attuale Via Reale un luogo di culto dei frati di Porto. I
Frati di Porto abitavano questa zona già dall’anno 1000 ed
avevano alcuni luoghi di culto, fra i quali il più importante
era la chiesuola di “Santa Maria al Passetto” che si trovava
dove ora c’è una “edicola” che noi romagnoli chiamiamo
“madonnina”, circa all’incrocio fra Via Passetto,Via Puglie e la
Via Storta. Detta chiesuola la si può datare a circa l’anno 1200
e quindi è stato il primo luogo di culto della zona di
Alfonsine, quando Alfonsine non si chiamava ancora così.
Ritornando ai primi anni del 1500, si riaccese una disputa fra
gli Estensi ed i Veneziani (allora signori di Ravenna) circa la
proprietà ed i diritti sui territori di Argenta, Lugo, Fusignano
ed Alfonsine. Il Papa Giulio II prendendo le difese dei
Calcagnini inviò, per dirimere la diatriba, il generale
Francesco Maria della Rovere che, il 20 luglio 1510, occupò
senza colpo ferire, i territori di Massalombarda, Lugo, Sant’Agata,
Fusignano, Bagnacavallo ed Alfonsine, consegnando gli stessi
nella disponibilità dei Calcagnini. Fu quindi stabilita una
demarcazione con l’apposizione di cippi e stele, che prese il
nome di “Confinazione Estense”. La questione però non
terminava qui poiché alla delimitazione dei confini si opposero
i Frati di Santa Maria in Porto (che vantavano ancora diverse
proprietà nelle Valli del Passetto) e i fratelli Raffaele e
Ottavio Rasponi (che vantavano proprietà fra la Via Raspona ed
il Fiume Senio). Fu Papa Leone X che avocò a se il caso e,
dando nuovamente ragione ai Calcagnini, con la “breve” del 3
dicembre 1519 concesse “in feudo nobile con pienezza di podestà,
mero, misto impero…..di sovranità a Borso e Tommaso Calcagnini
figliuoli e discendenti loro in perpetuo la Baronia delle
Alfonsine formata dai luoghi bonificati da Alfonso e dallo
smembramento de’ circonvicini distretti”. Con la stessa breve
Leone X stabilì che detti territori prendessero il nome di
“Leonino” e che i Calcagnini avessero giuspadronato perpetuo
sulla chiesa di Alfonsine. Però i ravennati non si dettero per
vinti e continuarono le loro pretese dapprima con papa Paolo II
e poi con Giulio III. Fu Pier Donato Cesi, Vescovo di Narni e
Presidente di Romagna che, nel 1558, determinò nuovi confini
togliendo una parte di territorio alfonsinate ai Calcagnini a
beneficio dei ravennati e al distretto di Bagnacavallo. Come
Gianfrancesco Rambelli ci indica in una nota alle sue “Memorie
storiche dell’Alfonsine” redatte nel 1833, la divisione di
Monsignor Cesi prevedeva: “Nella parte inferiore prendendosi
dalla via di Bagnacavallo detta la Rossetta veniva a traverso
d’una possessione de’ fratelli Morini, e passando il fiume
alquanto superiormente al Guado di Ravenna tagliava in parte il
palazzo Spreti, oggi Mascanzoni, poscia andava al principio
della Strada Passetto, quindi traversava il podere Regalina sul
Fiumazzo e per la val Dana giungeva al Palazzone. Nella parte
superiore prendendosi dalla punta del Prato lungo veniva nella
via di S. Savino, poi sopra la Strozza e passando il fiume alla
punta dello Stradone della Chiesa, sempre restringendosi tornava
nella via di Bagnacavallo in un podere oggi della famiglia
Isani.”. Intanto, nel 1537 ci fu il primo
importante inalveamento del Fiume Senio che veniva immesso nel
Po di Primaro nel luogo che fino ad oggi è stato chiamato il
passo dell’Anerina, a circa un miglio a nord della Madonna del
Bosco. Passarono 40 anni e nel 1598, papa Clemente VIII,
confermava alla famiglia Calcagnini tutti i diritti già concessi
da Leone X sui feudi di Fusignano e di Leonino. Nel 1632,
quando il Senio si immetteva nuovamente fra la Valle Negajone di
sotto e la Valle Polisenella, subì una piena notevole e ruppe
l’argine tre miglia dopo Fusignano, creando un nuovo alveo fra i
campi, andandosi a perdere nelle valli Bresciane e in quella
zona che fu chiamata Fiumazzo. Si può dire cha da qui
iniziarono nuove peripezie del fiume Senio con le sue rotte,
modifiche e storia fino ai giorni nostri. Infatti nel 1674, i
Calcagnini decisero di reimmettere il fiume nel suo antico alveo
e riportarlo quindi a sfociare in Po attraverso le valli del
Passetto. Nel 1708 l’imperatore Austriaco Giuseppe I dichiarò
guerra a Clemente XI chiedendo la cessione di Comacchio. I
Calcagnini inviarono duecento fanti alle milizie di Romagna per
dar man forte all’esercito pontificio che contrastava gli
austriaci che avevano occupato Comacchio. Le milizie di Romagna
ebbero la meglio nella battaglia della Stellata e gli austriaci,
messi in fuga, si rifugiarono a Ferrara. Il 15 gennaio 1709 fu
firmata la pace ed i superstiti della Milizia Romagnola
ritornarono dalle loro famiglie ad Alfonsine e Fusignano. Il 19
febbraio 1754, nasce ad Alfonsine, Vincenzo Monti, nella casa
posta all’inizio della via del Passetto e di proprietà della
Famiglia Calcagnini.
Nel 1756 Alfonsine viene diviso da Fusignano ed investito di
una sua autonomia anche con la costruzione di un fabbricato
destinato ai processi, con annesso carcere. Siamo al 22 novembre
1760 quando viene inaugurato il ponte di legno che collega la
“Violina” con la parte sinistra di Alfonsine, costruito con il
contributo dei cittadini.
Nel 1780 il Senio venne definitivamente incanalato nella Fossa
di Munio Superiore e portato nel Reno in località Magazzino dei
Frati o Magazzino di Porto.
Nel 1796 L’Italia è invasa dalla Francia e l’anno successivo
viene istituita la Repubblica Cispadana ed Alfonsine diventa
Comune con la nomina di un Comitato Economico di cui il
Presidente fu Giuseppe Lanconelli. Quando la Repubblica
Cispadana viene mutata in Cisalpina il Senio ha un suo ruolo e
cioè la parte sinistra di Alfonsine viene assoggettata a Lugo e
quella a destra divisa fra Bagnacavallo e Ravenna. Poi la
Romagna fu presa dagli Austriaci nel 1799- 1800 e Alfonsine fu
nuovamente riunito in unico Comune. Con l’instaurazione della
Repubblica Italiana del 1804 e 1805, Alfonsine è nuovamente
diviso in due comuni, Alfonsine-ravignane nella sinistra senio,
con Sindaco Giovanni Bendazzi e Alfonsine Leonino nella parte
destra con Sindaco Giovanni Antonio Camerani. Nel 1809 i due
comuni furono nuovamente uniti, ma dipendevano da Fusignano fino
al 1814 quando Alfonsine divenne indipendente e Giuseppe Corelli
fu nominato Podestà. A quella data, Alfonsine contava 4.500
abitanti. Nel 1811 ci fu una tremenda inondazione e l’acqua
stagnò nei campi fino al mese di luglio, producendo febbri
epidemiche e mietendo oltre trecento vittime. Da Bologna fu
inviata una commissione di medici con il compito di debellare
l’epidemia e fu il Dottor Pietro Dall’Ara da Reggio Emilia che
riuscì a salvare la popolazione da quella perniciosa malattia.
Il Dottor Dall’Ara rimase ad Alfonsine e nel 1831 fu nominato
Priore (Sindaco) del Comune. Già dai primi anni del 1800, dopo
l’espandersi del rivoluzionarismo-repubblicano francese, anche
le popolazioni di Romagna avanzarono richieste di diritti
civili, di autonomie decisionali, di minore ingerenza delle
autorità, si da creare un primo cenno di pensiero anarchico più
che giacobino. Le inondazioni del 1811 e lo scarso raccolto
protrattosi fino al 1816 ed una epidemia di tifo nel 1817
portarono lutti e carestia. Molte famiglia persero chi le
sosteneva e la situazione diventò difficilissima dal punto di
vista sociale. Più che pretese, gran parte degli alfonsinesi,
per poter sfamare la famiglia, cominciarono a rubare, aggredire
e saccheggiare si che si fece la nomea di covo di ladri ed
assassini. La miseria e fame imperversava e la gente si
arrangiava come poteva. I primi moti rivoluzionai del 1820/1821
non videro presenza di genti delle nostre zone, occupate a
cercare qualsiasi forma di sostentamento possibile. In quegli
anni il Gonfaloniere Comunale si inventò un lavoro, rimasto
storico nella memoria degli alfonsinesi. C’era un vecchio
canale di bonifica che collegava il fosso di Munio superiore,
nel quale già era stato inalveato il Senio, con il fosso della
Rossetta che a sua volta si collegava con il “navigabile” che
veniva da Bagnacavallo. Questo fosso era praticamente stagnante
e contribuiva a sviluppare la malaria che ancora imperversava
nella zona. Fu deciso di “munirlo” con il contributo delle Opere
Pie di Faenza. Furono assunti a turno braccianti presi dalla
quasi totalità delle famiglie alfonsinesi più povere che, con
una paga da fame, con le loro braccia, ceste e carriole,
colmarono il fossato, sul quale fù costruita la via che dal
centro di Alfonsine portava sulla via Rossetta (l’attuale Via
Roma) che fu inizialmente chiamata “la via della fame” e ancora
oggi conosciuta con quel nome. Intanto nel ravennate
proliferavano sette segrete, massoniche e giacobine che
contrastavano il potere della Chiesa. Nel 1824 il Cardinale
Agostino Rivarola, dopo l’uccisione del Capo della Polizia da
parte di ignoti, prese il comando e fece arrestare un migliaio
di persone, ne fece processare oltre 500 con l’accusa di
appartenere alle “sette massoniche, carbonare e di essere
liberali incalliti”. Fra questi vi era anche un alfonsinese:
Domenico Costa che sembra, più che rivoluzionario fosse un
delinquente comune trovato in possesso di lama da taglio
vietata. Nel 1831 a seguito dei moti di Bologna anche la
Romagna si sollevò contro il potere papale e gli austriaci ed a
Rimini ci fu una furiosa battaglia dove i rivoltosi ebbero la
peggio. Fra questi erano presenti anche 10 volontari
alfonsinesi: Bagnara Giovanni, Bini Felice, Calderoni Giacomo,
Cortesi Giuseppe, Fiorentini Vincenzo, Marcucci Luigi,
Mascanzoni Cirillo, Massaroli Giacomo, Rambelli Simone e
Salvatori Domenico. Dal 1843 iniziò a proliferare nel ravennate
il pensiero mazziniano e cominciano a girare le prime bandiere
rosse del mondo bracciantile e a nascere i circoli e società di
mutuo soccorso, le primi aspirazioni di una società del popolo,
le prime forme cooperativistiche. Il potere clericale cercò in
ogni modo di stroncare sul nascere l’anelito di libertà delle
classe più povere e proletarie, preoccupata non tanto dal minor
interessamento della popolazione alla religione, ma dalla paura
di perdere potere e privilegi. Da allora ed oltre sebbene i
romagnoli siano chiamati “mangiapreti” esprimevano a loro lo
modo il proprio senso religioso anche se non frequentavano la
chiesa ed anche colpendo il potere papale si rivolgevano
all’altissimo dicendo: “se e signor e vuò” oppure “ spiren che
e signor um’aiuta”. Devozione anche atea verso “e signor” (Il
Signore) ma molto meno con l’appellativo di Dio che normalmente
comprendeva una bestemmia. Nel 1845 sempre a Rimini ci furono
sollevazioni popolari alle quali presero parte parenti e cugini
della famiglia di Giovanni Pasi, in tutto 5 persone, come cita
Massimo D’Azeglio sugli “ultimi casi di Romagna”. Il 16 giugno
1846 viene eletto papa Giovanni Maria Mastai Ferretti, che
prende il nome di Pio IX. Questo papa era visto molto bene
anche dai “rivoluzionari” perché aveva la fama di essere un
liberale. Anche
Giuseppe Mazzini nel 1847 scrisse al Papa una famosa lettera per
esortarlo a prendere la guida del movimento per l'unità e
l'indipendenza d'Italia. Ben presto si spensero le speranze di
poter trovare nel nuovo papa colui che avrebbe risolto i
problemi delle classi più povere. Nel gennaio del 1848
scoppiano i primi moti a Palermo e a Napoli e poi a Milano ed in
tutto il Lombardo-Veneto. L’anno seguente 30 alfonsinesi
parteciparono alla battaglia di Vicenza, inquadrati nel
Battaglione del Senio. I loro nomi sono incisi su di un marmo
all’ingresso del Palazzo Municipale ai cui lati si trovano le
effigi di Garibaldi e Mazzini. I rivoluzionari repubblicani
avevano preso corpo anche ad Alfonsine. Intanto tutto il nord
dell’Italia insorgeva. Il 9 febbraio del 1949 fu proclamata la
Repubblica Romana ed anche ad Alfonsine fu innalzato l’albero
della libertà a lato della via Violina ed ancora oggi, di fronte
all’Albergo Gallo, si trova una targa marmorea cementata
nell’asfalto, per ricordare quell’avvenimento. Nello stesso
anno, dopo la trafila di Garibaldi attraverso la Romagna e dopo
che gli austriaci avevano occupato le maggiori città della
regione dopo aver fucilato gran parte degli insorti, anche ad
Alfonsine venne abbattuto l’albero della libertà. Rimaneva
peraltro accesa, sotto la cenere, quella brace patriottica e di
libertà che ha sempre animato lo spirito degli alfonsinesi anche
nei tempi successivi. Tutto tornò saldamente in mano al potere
pontificio. Le società di mutuo soccorso svolsero un ruolo di
“sindacato” a difesa delle classi povere, iniziarono sospensioni
dal lavoro per avere salari adeguati, fino all’organizzazione di
veri e propri scioperi a difesa del lavoro e del bracciantato.
Nel 1855 Alfonsine fu colpita da una epidemia di colera con
oltre 200 persone contaminate ed oltre 100 i morti. La mancanza
di lavoro e quindi la miseria fecero si che la piccola
illegalità si tramutasse in vero e proprio banditismo.
Alfonsine conobbe un periodo di terrore che colpì non solo i
benestanti e possidenti, ma anche le persone più umili. I
“grassatori” non guardavano in faccia a nessuno e girare per le
campagne, alla sera, era impresa ardua e rischiosa non solo
della borsa ma anche della pelle. La banda più pericolosa che
imperversava era certamente quella dell’Altini che aveva la
“schioppa” ed il coltello facile. Nel 1866 ci fu un processo
alla Corte di Assise di Ravenna contro quella che fu chiamata
l’associazione dei malfattori di Alfonsine, dopo che si ebbe la
loro incarcerazione, nota ancora con il nome “ e ligaz di
trentasi”. Fra questi ci fu un delatore o come oggi meglio viene
chiamato un collaboratore di giustizia che, diversamente da
quelli moderni che vengono lautamente pagati, ottenne, come
ricompensa, i lavori forzati a vita anziché la pena di morte.
Certamente aveva sbagliato periodo.
Nel 1859 alla
seconda guerra di indipendenza (26 aprile 1859 - 12 luglio 1859)
parteciparono 30 volontari alfonsinesi, i cui nomi sono incisi
nel marmo all’ingresso del Palazzo Municipale. Altri 60
alfonsinesi parteciparono nel 1860 come volontari alla campagna
per l’Unità d’Italia. Nel 1865, la Congregazione di Carità di
Alfonsine che aveva ricevuto in donazione alcuni fabbricati e
terreni in via Reale, istituì in quei locali l’Ospedale per gli
infermi nella parte adiacente alla strada ed il ricovero per i
miserabili in un fabbricato all’interno di un giardino limitrofo
all’ospedale. Solo venti anni dopo (nel 1885) con
l’interessamento del Dr. Giulio Gamberini, che fu il primo
primario dell’Ospedale, furono fatti lavori di ristrutturazione
e riattamento per rendere i locali dell’ospedale più abitabili
ed igienici. Così rimase fino al secondo conflitto mondiale.
Dopo l’Unità d’Italia Alfonsine aveva l’Ospedale Civile, il
Ricovero per gli anziani, la Pretura, la Residenza Comunale, il
Pubblico Macello, la Caserma della Guardia Nazionale, le
Carceri, e successivamente l’Ufficio del Registro e le Scuole
professionali.
Nel 1883 iniziò la costruzione della linea ferroviaria
Ravenna-Ferrara e quindi ne beneficiarono prima di tutto i
braccianti alfonsinesi che furono chiamati al lavoro, mentre nel
1888 venne istituita una linea di tram trainati da cavallo che
dall’attuale Via Tramvia passando per Fusignano raggiungeva
Lugo.
A fine 800 al “pensiero ed azione” repubblicano si aggiunse il
rivoluzionarismo anarchico e socialista ed i seguaci di Bakunin,
ad Alfonsine, furono molti. Coloro che venivano chiamati
“anarchici sovversivi” avevano una vita non facile e per un
nulla erano incarcerati. Contro di loro la repressione
poliziesca si mostrava molto dura. Assieme ai repubblicani e
socialisti, quando passava per la Reale un nobile di alto rango
od un prelato in vista, venivano invitati a trascorrere un po’
di tempo nella caserma dei Carabinieri, almeno fino a quando il
nobile aveva oltrepassato il territorio alfonsinese. C’era
allora uno slogan che diceva: “con le budelle dell’ultimo papa
impiccheremo l’ultimo re”; più che altro era spavalderia perché
in quel periodo di atti inconsulti gravi verso la chiesa o la
monarchia, ad Alfonsine, non sono mai stati fatti. Nel 1899
Giuseppe Marini costituisce l’embrione di quella che poi
diventerà l’industria Marini dei giorni nostri, iniziando con la
costruzione di telai per biciclette. Nell’anno 1900 gli abitanti
di Alfonsine erano 10.300. Nel 1901 ci fu un duro scontro fra
le Leghe bracciantili ed i grandi proprietari terrieri che, per
ritorsione e per punire i facinorosi, lasciarono marcire nei
campi tutte le colture. A questo si aggiunse nell’inverno lo
straripamento del Senio. Gli animi si inasprirono sempre di più
e nel febbraio 1902, i braccianti e gli operai, cercarono di
occupare il Municipio per incendiarlo, ma furono fermati da un
reparto di cavalleria inviato da Ravenna. In quel momento
Alfredo Oriani, nei suoi scritti, diceva degli alfonsinesi:
“…parlano di Mazzini e sognano di Marx…”. Nel 1903, socialisti
e repubblicani uniti in una sola coalizione , vinsero le
elezioni comunali, sbaragliando i clericali, ma dopo litigi
interni, nel 1906 dovettero cedere l’amministrazione del Comune
alla lista clericale. Nel 1903 iniziarono anche i lavori del
Canale di destra Reno e durarono circa 4 anni, occupando in
massima parte manodopera degli scariolanti e braccianti
alfonsinesi. Nel 1906 venne costituita la “Società Cooperativa
fra operai braccianti”, mentre l’impresa meccanica più
importante fu quella di Aristide Ravaglia (e’ pargarôl) che
riparava attrezzi meccanici ed agricoli e costruiva aratri.
Intanto si inasprivano i contrasti fra repubblicani e socialisti
per la questione dello scambio di “opere” (lavoro) fra
braccianti e coloni. Alla chiamata della guerra di Libia nel
1911, molti furono gli alfonsinesi che non aderirono,
specialmente fra gli anarchici. La prima grande insurrezione
popolare ad Alfonsine la si ha dopo la caduta del governo
Giolitti (1914). In Italia le proteste popolari si
intensificarono e ad Ancona, il 7 giugno dello stesso anno, i
Carabinieri sparano sulla folla uccidendo tre persone. Subito
nelle Marche ed in Romagna si unirono repubblicani, anarchici e
socialisti per contrastare quello che chiamavano “imperialismo
militarista e monarchico”. Ad Alfonsine durante la “Settimana
Rossa” furono incendiati il Palazzo Comunale, la Pretura, la
stazione ferroviaria, il circolo monarchico e la chiesa. C’è
una citazione doverosa da fare, relativamente alla devastazione
della chiesa. C’era allora un giovane cappellano, Don Mario
Bonetti che, nel tentativo di fermare i rivoltosi, prese un
pugno che lo sollevò da terra e lo fece stramazzare nel cortile
della chiesa. Alle lamentele ed ai perché che Don Mario
chiedeva piangendo, gli scalmanati desistettero nel compiere
maggiori danni. Don Mario, che era amico di tutti e che da
tutti era benvoluto, anche dagli anarchici “dla Niculena”,
durante il primo conflitto mondiale chiese di essere arruolato
come cappellano volontario per poter recare conforto ai suoi
concittadini chiamati alle armi. Morì nel 1918 a seguito delle
ferite procuratesi in trincea, per non abbandonare i combattenti
alfonsinesi. Allo scoppio della prima guerra mondiale partirono
da Alfonsine una ventina di volontari “garibaldini,
repubblicani” per andare a contrastare gli Austriaci sul
territorio francese. Alcuni altri alfonsinesi, anche in questo
frangente in maggior parte anarchici, disertarono, poiché
ritenevano la guerra ingiusta ed asservita alla borghesia,
mentre altri accorsero alla chiamata. Nel nostro cimitero ci
sono ancora oggi decine di loculi contenenti i resti di
concittadini morti nelle decine di battaglie combattute dentro e
fuori le trincee anche con la sola baionetta. La disastrosa
ritirata di Caporetto (24.10.1917) segnò per l’Italia la fine
della prima guerra mondiale trascinandosi una grave crisi
economica, politica e sociale. Nel 1919 Benito Mussolini fonda i
fasci di combattimento, concentrando attorno a se gli ex
combattenti e reduci della guerra e con un programma iniziale
che molto si avvicinava a quello socialista. Anche ad Alfonsine
fu costituito il fascio ed i primi ad aderirvi furono gli ex
combattenti repubblicani e socialisti animati da quello spirito
rivoluzionario che Mussolini aveva inculcato. Ben presto
costoro si accorsero invece che il movimento di Mussolini stata
diventando un movimento personalistico al quale aderivano
personaggi violenti e scalmanati che per un nonnulla attaccavano
briga; così in molti non solo lo lasciarono, ma ne divennero
acerrimi nemici. Cominciarono a crearsi tensioni anche fra
socialisti e repubblicani per l’occupazione delle terre e
diversi furono gli scontri fra braccianti rossi (socialisti) e
gialli (repubblicani). Il fascismo prendeva sempre più piede e
si rafforzava, mentre i socialisti, dopo l’Internazionale di
Mosca del 1920, cominciarono a litigare fra di loro. Di questo
ne approfittarono i fascisti e nello stesso anno ci fu la prima
grave aggressione fascista a Bologna che provocò la morte di 9
socialisti ed il ferimento di altri 50. Lo stato monarchico non
reagiva, preferiva difendere gli squadristi mussoliniani che
rimanevano sempre impuniti, mentre molte volte chi “osava”
difendersi veniva incarcerato. Nel 1921 a Livorno ci fu la
scissione del PSI ed il gruppo massimalista marxista fonda il
Partito Comunista d’Italia. Si amplificano i contrasti non solo
all’interno della sinistra e di questi ne fa buon gioco il
fascismo che non trova più l’opposizione di una sinistra poco
forte, ma di due sinistre più che mai deboli. Il primo
segretario comunista di Alfonsine fu Costa Eumeo e gli aderenti
e simpatizzanti furono 427, secondo i voti ottenuti alle
elezioni dello stesso anno. C’erano ad Alfonsine, in quell’anno,
sezioni e circoli socialista, repubblicano, comunista,
monarchico e popolare cristiano. Solo nell’agosto del 1922 fu
costituita ad Alfonsine la sezione del fascio ed il primo
segretario fu Leonardi Ottavio. La
Marcia su Roma del 28 ottobre 1922, alla quale parteciparono
pure 55 alfonsinesi, fu un evento che simbolicamente rappresentò
l'ascesa al potere del Partito Nazionale Fascista (PNF).
Agli attriti fra comunisti e socialisti fra di loro e poi fra
repubblicani e socialisti, si aggiunsero i fascisti contro
tutti. Iniziò un periodo di violenza e terrore. La prima vittima
alfonsinese del fascismo fu il repubblicano Peo Bertoni ucciso
il 29 ottobre 1922. Alle elezioni amministrative del ‘22 si
presentarono oltre ai fascisti, solamente i repubblicani. Su
circa 2.700 votanti il risultato fu il seguente: 1950 (72%) ai
fascisti e 750 (28%) ai repubblicani che ottennero voti anche da
socialisti e comunisti. Alfonsine, quindi, nel 1922 era per il
72% fascista e per il 28% antifascista. Da questo si vede
l’adattamento delle persone al momento politico e l’asservimento
al principe di turno. Nel 1923 venne nominato un nuovo
direttorio della sezione del PNF di Alfonsine, con a capo il
segretario politico Faccani Abele. Nello stesso anno dopo un
diverbio fra l’Associazione dei combattenti di Alfonsine ed il
segretario del PNF, scoppiò una furiosa lite a colpi di
rivoltella e Faccani rimase ferito. Cominciarono così le
bastonature, i pestaggi e le cure a base di olio di ricino per
gli ex combattenti, da parte degli squadristi. Ma Faccani era
sempre deciso a mettere fine alla storia, facendola pagare cara
a chi lo aveva ferito. Infatti il 2 marzo del 1924, Abele
Faccani con il fratello Giuseppe bloccarono l’ex combattente
Mino Gessi e tentarono di pugnalarlo, ma il Gessi, estratta la
pistola, fece fuoco e li ferì entrambi. Il peggio fu per Abele
che a seguito delle ferite, pochi giorni dopo, morì. Mino
Gessi, per sfuggire alla vendetta dei fascisti, fu costretto ad
espatriare e si rifugiò in Francia. Le proprietà del Gessi
furono incendiate o devastate e fu incendiato anche il Circolo
Repubblicano, perché ritenuto un covo di sovversivi. Intanto
anche a livello nazionale la situazione si faceva difficile,
dapprima con l’uccisione del deputato socialista Giacomo
Matteotti, le bastonature che portarono alla morte di Piero
Godetti e di Giovanni Amendola, poi con la reazione dei fascisti
quando, il 31 ottobre 1926 fu attentata la vita a Mussolini. il
PNF prese la palla al balzo, e dal quel momento si instaurò il
regime dittatoriale fascista, con lo scioglimento dei partiti
politici d’opposizione, la chiusura dei giornali contrari al
regime, l’istituzione di un tribunale speciale per gli
oppositori politici. Mentre Antonio Gramsci veniva incarcerato,
i capi degli altri partiti d’opposizione furono costretti a
fuggire all’estero. Diversi furono gli alfonsinesi condannati
dal tribunale speciale e quelli che non riuscirono a scappare
furono condannati al domicilio coatto o mandati al confino. Nel
1929 fu inaugurata la Scuola Materna “cristo Re” nei locali
della ex sezione repubblicana. Nel 1930 viene costruito il
Ricovero Boari sul vecchio fabbricato all’interno del giardino
dell’ospedale. Intanto le adesioni (con tessera) al PNF
aumentavano, non tanto per ideologia, ma per il fatto che, chi
non aveva la tessera non poteva lavorare. Nel 1933 Aldo
Ravaglia (e’ pargarôl) costruì un aereo con una tecnologia
all’avanguardia per quei tempi ed era intenzionato a fabbricarli
industrialmente, ma venne osteggiato poiché rifiutò l’iscrizione
(d’ufficio) al PNF. Nel 1935 a seguito delle ostilità
dell’Italia contro l’Etiopia, la Società delle Nazioni impose
sanzioni di embargo totale all’Italia fascista. Ad Alfonsine in
molti si opposero all’intervento italiano in Africa, anche fra
gli aderenti al PNF, ma furono presi e malmenati solamente gli
antifascisti, mentre molti altri furono ammoniti. Nel 1936 il
regime militare franchista tentò il colpo di stato in Spagna;
Mussolini ed Hitler mandarono volontari (obbligati) in aiuto di
Franco, mentre le organizzazioni internazionali antifasciste
fecero un appello per organizzare quanto più forze necessarie in
aiuto al legittimo governo repubblicano spagnolo. Un volontario
alfonsinese, Argelli Eugenio, arruolato nella Brigata
Garibaldi, fuggito dall’Italia perché ricercato dalla polizia
segreta fascista, fu ucciso nella battaglia della Sierra Cabals.
Nel 1937 Hitler e Mussolini firmano l’accordo di non
belligeranza e di reciproco aiuto militare, conosciuto col nome
di “Asse Roma-Berlino”. Nel 1938 furono emanate le Leggi
razziali. Nel 1939 l’Italia invadeva l’Albania, Mussolini
stringeva il “patto d’acciaio” con Hitler e la Germania invadeva
la Polonia (1.9.1939). Iniziò così la seconda guerra mondiale.
Gran parte della popolazione sperava nella neutralità
dell’Italia al conflitto, ma dovette ricredersi quando il 10
giugno 1940 Mussolini entrò in guerra a fianco della Germania
nazista. I generali italiani, con un esercito sgangherato,
privo di armi e materiale di casermaggio, mandarono al macello
tanti giovani e particolarmente nell’inverno del 1942 – 1943 con
l’infausta spedizione in Russia dove si contarono circa 85.000
morti nelle sole fila italiane. Per questi ed altri fatti
cresceva il malcontento fra la popolazione ed anche fra i
fascisti ci furono molti che non avevano condiviso l’entrata in
guerra e non condividevano l’appoggio alla Germania nazista. Il
25 luglio 1943 il gran consiglio del fascismo decretò la caduta
di Mussolini e lo fece arrestare. Un giubilo nazionale
attraversò l’Italia ed il giorno dopo anche Alfonsine insorse,
devastando ed incendiando la casa del fascio, ma senza torcere
capello ad alcun fascista. Fra gli insorti c’erano anche molti
ex-fascisti che pensarono bene in quel frangente di cambiare
bandiera, forse prevedendo che il futuro non avrebbe riservato
niente di buono per loro. I partiti democratici istituirono
un Comitato di salute pubblica per poter alleviare i disagi
della popolazione. L’8 settembre 1943, il Re con un gesto
inqualificabile, fugge da Roma lasciando l’Italia in mano ai
tedeschi, nominando plenipotenziario il Gen. Badoglio che
rappresentava quindi il leggitimo governo italiano. I tedeschi
iniziarono con rappresaglie, fucilazioni, rastrellamenti e
deportazioni. Molti furono gli alfonsinesi internati nei campi
di concentramento e cinque di loro mai hanno fatto ritorno alle
loro case. Il 9 settembre ad Alfonsine fu costituito il
Comitato Antifascista con una manifestazione che vide la
presenza di Giuseppe D’Alema e di Don Luigi Liverani i quali
invitarono la popolazione a restare unita. Intanto Mussolini
dopo essere stato liberato dai tedeschi dalla prigionia di Campo
Imperatore e dopo l’incontro con Hitler lancia un discorso
radiofonico (18 settembre 1943) da Monaco di Baviera chiedendo
al popolo italiano di appoggiare l’esercito germanico. Il 23
settembre Mussolini con altri gerarchi fuggiti dopo il 25
luglio, costituì la Repubblica di Salò (Repubblica Sociale
Italiana) che di fatto fu uno stato fantoccio usato dai tedeschi
principalmente come strumento di repressione antipartigiana.
Nel 1943, Alfonsine contava circa 12.000 abitanti. La mancanza
del legittimo Stato Monarchico Italiano, dopo il tradimento del
Re, fece si che la RSI occupasse tutti i posti di potere e di
comando (Prefetture, Questure, Caserme dei Carabinieri, ecc.) ed
operasse come se fosse lo stato legittimo. Anche ad Alfonsine i
vecchi gerarchi fascisti organizzarono una manifestazione ed
instaurarono ai primi di novembre, il Fascio di Alfonsine,
chiedendo alla popolazione di aderire alla RSI. Pian piano
ricomparirono le camicie nere ed i vecchi miliziani diventarono
ancor più feroci con coloro che pochi mesi prima li avevano
contrastati. Intanto giovani volontari e renitenti alla leva
cominciarono ad organizzare gruppi partigiani dapprima sulle
colline romagnole e poi in pianura. Inizialmente le operazioni
partigiane furono di semplice contrasto, poi con l’aiuto avuto
di armi e mezzi dagli inglesi, iniziarono con azioni di
guerriglia. La percentuale dei giovani romagnoli che aderirono
al movimento partigiano fu di gran lunga superiore a quella
della Regione e dell’Italia stessa. Lo spirito di libertà che
da secoli animava i romagnoli, ritornava senza distinzione di
ceto o di colore politico, con le stesse parole dei volontari
del Risorgimento: “vai fuori d’Italia, vai fuori o straniero”.
Nell’aprile del 1944, nei pressi di Biserno in provincia di
Forlì, due comandanti partigiani, Amos Calderoni e Terzo Lori,
furono uccisi durante un furioso rastrellamento da parte dei
tedeschi e dei fascisti. Furono poi insigniti della medaglia
d’oro al valor militare. Intanto nella pianura i GAP e i SAP
compivano azioni di guerriglia per ostacolare la GNR, la X Mas e
le truppe tedesche. Il mese di aprile del 44 fu infausto per
gli alfonsinesi. Dopo la morte di Calderoni e Lori, il giorno
23, a seguito di precedenti spiate i tedeschi e fascisti
attaccarono due luoghi di rifugio dei partigiani (il Palazzone e
la Zanchetta) e sette partigiani furono uccisi, alcuni
barbaramente. Fu costituito il CLN con l’intervento di tutti i
partiti democratici ed il movimento anarchico, che si incaricò,
oltre che delle questioni militari, anche di alleviare i disagi
della popolazione sia di carattere alimentare che sanitario. Il
4 dicembre 1944 venne liberata Ravenna, anche con l’aiuto di
molti partigiani alfonsinesi che erano stanziati nelle valli e
negli isolotti e canneti delle pialasse. L’inverno 1944-1945 fu
rigido ed ancor più duro perché gli alleati decisero di fermare
il fronte per riprendere i combattimenti nella primavera.
Alfonsine rimase linea di fronte, come tutto il Senio, dal
dicembre 1944 all’aprile 1945. Durante gli ultimi due mesi del
fronte, Alfonsine, venne ripetutamente bombardata dagli inglesi,
con l’intento di ricacciare i tedeschi verso nord. Quello che
non distrussero gli alleati fu distrutto dai tedeschi in fuga
nei primi giorni dell’aprile 1945. Il 10 aprile 1945 Alfonsine
fu liberata dalla Brigata Cremona con l’aiuto dei partigiani ed
era distrutta per oltre il 70%. Come in ogni guerra, anche ad
Alfonsine ci furono degli strascichi brutali. Quello che il
fascismo aveva provocato suscitò, per alcuni mesi, una reazione
che sembrava irrefrenabile. Ci fu una vera e propria caccia al
fascista ed il CNL ed i partiti politici ricostituiti, non
riuscivano a contenere la rabbia dei molti, alcuni dei quali si
abbandonarono anche ad atti di crudeltà, immaginabili solo in un
simile contesto, ma, in ogni caso inaccettabili, come del resto
è inaccettabile la guerra che li ha provocati.
La guerra ad Alfonsine finiva con questi numeri:
- Morti e feriti fra i civili: oltre 300.
- Partigiani combattenti: circa 450
- Partigiani morti (in battaglia e successivamente per fatti di
guerra) : 49, feriti : 19.
- Morti fascisti della RSI, GNR e X Mas: 43.
- Fascisti civili uccisi in agguati durante la guerra: 10
- Fascisti ed altre persone uccise o scomparse, dopo la guerra:
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Già dai primi giorni dopo la fine della guerra, gli alfonsinesi
si sono rimboccati le maniche ed hanno ricostruito il paese, i
servizi, le attività commerciali ed industriali, riscattandosi
dalle miserie, anche antiche. Gli alfonsinesi hanno dimostrato
sempre uno spirito democratico e partecipativo. Basti segnalare
che al Referendum del 1946 fra Repubblica e Monarchia, non solo
Alfonsine ebbe, a livello nazionale, la massima percentuale di
affluenza alle urne, ma fu quella che, sempre percentualmente,
più di ogni altro Comune d’Italia si espresse a favore della
Repubblica (96,63%). Per questo, Alfonsine è il paese più
Repubblicano della Repubblica Italiana. Il resto è storia
recente e saranno i posteri a documentarla.
Possiamo dire, senza peccare di presunzione, che, Alfonsine,
nella buona o cattiva sorte, più che una lunga storia ha una
antica vita, nascosta negli isolotti paludosi della Selva
Litana. Una storia molto lontana nel tempo, se si pensa che
Ravenna è ancora più antica di Roma.
Ugo Cortesi - Le Alfonsine - Agosto 2007 |